Secondo degli elaborati scientifici esiste la possibilità di percepire nel presente un evento passato. Un esempio in tal senso ci è fornito dalla visione degli astri. Infatti la luce che oggi arriva a noi, in realtà è quella emessa dal corpo luminoso alcuni anni prima. Per trasposizione, il concerto dei “The Watch” ascoltato sabato 7 marzo all’ auditorium di Morbegno, ci ha descritto con una certa verosimiglianza la musica suonata dai Genesis nei primi anni settanta. E’ un grande merito per la formazione capitanata da Simone Rossetti - voce e flauto, Giorgio Gabriel - chitarra, Marco Fabbri - batteria, Valerio Di Vittorio -tastiere e Stefano Castrucci - basso/chitarra, aver riproposto con precisione e cura nei minimi particolari, un album che al momento della sua uscita (1977) fissò un termine di paragone per tutti i ‘live’ a seguire, in particolare per l’ avanguardistica tecnica di registrazione, che conferì una notevole resa sonora rispetto ai dischi dal vivo pubblicati all’ epoca. Altro punto forte di quel lavoro fu la scaletta, con la presenza di tutti i migliori brani realizzati sino a quel punto dalla band. Non ultimo, il raggiungimento dell’ apice artistico di ogni singolo musicista in quel preciso periodo storico. E’ assai difficile recensire un genere musicale che ci ha entusiasmato ed accompagnato negli anni spensierati dell’ adolescenza. Lo è ancor più parlare del gruppo che ha fatto breccia nelle nostre menti, ma soprattutto nei nostri cuori. Forse ci illudiamo che la maturità faticosamente acquisita negli anni, l’ attenuarsi della frequentazione con l’ oggetto d’ amore, riescano a restituirci quell’ equilibrio di giudizio per non incorrere nell’ errore più comune, cioè di elevare i nostri beniamini ben al di sopra degli effettivi meriti. Bastano però alcune note, riconoscibili per averle ascoltate sino a bucare il vinile, per riportare magicamente alla luce interi decenni e trovarci disarmati di fronte alle emozioni di un tempo, che nulla e nessuno potranno mai a cancellare. In tal senso penso al solenne intro di ”Supper’s Ready” in cui Gabriel, declamando “Walking across the sittig-room…” ci accompagna in una Suite complessa sia nel testo che nelle melodie , o ai primi versi di “The Musical box” che, dalla dolce cantilena iniziale “Play me Old King Cole…”, culmina nel tumultuoso e ripetuto urlo finale, ancor oggi indelebilmente stampato nelle nostre menti : “Touch me now, now, now”. Emozioni che riemergono anche grazie ad un brano a cui abbiamo associato persone e momenti di vita o ad un assolo particolarmente intenso. Come non ricordare il suono struggente della Gibson Les Paul di Steve Hackett in “Firth of fifth”, o le tastiere di Tony Banks in pompa magna nella trasognante “Afterglow”, o il possente ed incalzante drumming di Phil Collins in “Los endos”? A questo punto fa capolino il detto sul primo amore che non si scorda mai ed ogni tentativo di governare il battito cardiaco naufraga dolcemente sulle note di una intensissima “The Cinema Show”. In questo articolo più che la cronaca del concerto, emerge la componente emotiva che accomuna amore e musica. Sul tema il grande compositore francese Hector Berlioz ebbe a dire: "L'amore di per sé non può dare idea della musica, l’ascolto della musica invece può darci un' idea di cosa sia l'amore." Il Genesis sound, degnamente proposto dai The Watch illustra alla perfezione tale concetto. Tramite canzoni di eterea bellezza, il cuore di una moltitudine di ammiratori fedeli, si è riempito d’ amore.

(Aldo Giudici, ufficio stampa QM)


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